Sermig

Allearsi al malato

di Enrico Larghero

In questi ultimi decenni, nel mondo occidentale, si è verificato un eccezionale sviluppo della scienza. La farmacopea si arricchisce continuamente, nuove terapie e nuovi strumenti aumentano la possibilità di diagnosi accurate e di cure efficaci. Le biotecnologie hanno modificato sia la vita che nasce, sia il suo divenire, sia la vita che volge al termine. Cresce incalzante la domanda di salute e di cure. Il sogno di medicalizzare l’esistenza e di procrastinare la morte ha da sempre accompagnato l’uomo e la scienza.

Se è vero dunque che la malattia va trasformandosi da una fatalità in una condizione sempre più circoscrivibile, la precarietà della condizione umana continua ad evidenziarsi, “in primis”, proprio nella malattia, nella quale l’uomo sperimenta anche oggi la sua impotenza, i suoi limiti e, da ultimo, la finitudine e la fragilità. A patologie vecchie se ne affiancano altre, un tempo sconosciute o scarsamente rilevanti. Nascono le cosiddette malattie “professionali” e le malattie “del benessere”. L’età media dell’uomo si allunga progressivamente, creando una società prevalentemente di anziani, con i suoi valori, le sue esigenze, i suoi inevitabili problemi.

Le malattie, se non guarite, evolvono molto spesso verso forme progressivamente ingravescenti. Si delineano così i quadri clinici del malato “cronico” e del “malato terminale”, cioè di pazienti affetti da una condizione patologica, per la quale non è più possibile attuare terapie radicali, ma solo trattamenti sintomatici. Per questi “nuovi” pazienti, giunti all’ultima fase della loro vita, molto si può e si deve ancora fare sul piano dell’assistenza, della cura e dell’accompagnamento alla morte. Sono questi i casi in cui potrebbe risultare molto difficile precisare i confini tra una terapia “adeguata” e una “sproporzionata”.

La scienza moderna ha così cambiato volto, obiettivi e propositi.
Il diritto di tutela della salute si è evoluto concretamente, diventando un dovere dello Stato (art.32 Costituzione italiana). La medicina si è trovata però di fronte ad una crisi dettata da richieste sociali, interpersonali e soggettive, completamente mutate rispetto al passato. Da un lato, vi è l’esercizio dell’arte medica, che cerca di risolvere i piccoli e grandi problemi quotidiani della salute; dall’altro, la medicina iper-tecnologica, che si spinge ai limiti delle sue possibilità. I mass media non seguono la prima; alla ribalta, secondo la logica del sensazionalismo, finiscono soltanto le notizie più clamorose: i grandi successi e i fallimenti, le grandi scoperte e la malasanità. I cittadini, di fronte a questo caotico ventaglio di informazioni, rimangono spesso disorientati, confidano nella scienza, ma al contempo la temono.

L’esempio più significativo è rappresentato dal “testamento biologico”, sul quale anni fa sono state presentate addirittura sette proposte di legge, provenienti da ogni schieramento politico. Con tale locuzione si denomina una dichiarazione fatta da una persona nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, in cui si specificano i trattamenti sanitari ai quali si accetta di essere sottoposti qualora ci si trovi in una situazione di incoscienza o di impossibilità ad esprimere la propria scelta.

In una concezione di tipo organicistico, che frammenta l’uomo in organi e apparati, il medico tende troppo spesso ad identificare il paziente con la sua patologia, perdendo di vista la dimensione fiduciale e relazionale. In questo caso si corrono due rischi: da una parte l’abbandono terapeutico e la richiesta di eutanasia, dall’altra il tecnicismo e l’accanimento terapeutico (laddove vengono privilegiati gli strumenti tecnici e i mezzi scientifici senza considerare a sufficienza la proporzionalità delle cure).

Il nuovo Codice di deontologia medica (2006) indica gli atteggiamenti più idonei: “Il medico, anche tenendo conto delle volontà del paziente laddove espresse, deve astenersi dall’ostinazione in trattamenti diagnostici e terapeutici da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato e/o un miglioramento della qualità di vita” (Art. 16). Chiara e non ambigua anche la posizione nei confronti dell’ “eutanasia”: “Il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare né favorire trattamenti finalizzati a provocarne la morte” (Art.17).
Inoltre: “I trattamenti che incidono sulla integrità e sulla resistenza psico-fisica del malato possono esser attuati, previo accertamento delle necessità terapeutiche, e solo al fine di procurare un concreto beneficio clinico al malato o di alleviarne le sofferenze (Art. 18).

La terza via tra accanimento ed eutanasia è quella rappresentata dalle “cure palliative”: un insieme di interventi offerti al paziente quando non vi è più speranza di guarigione. L’attenzione dei sanitari si rivolge allora ai sintomi, quali il dolore, l’ansia, il deperimento organico, che accompagnano gli ultimi stadi della malattia. Il paziente non è più guaribile, ma è ancora curabile. La sua sofferenza, il suo disagio esistenziale invocano il nostro aiuto. L’esigenza fondamentale di combattere il dolore deve tener presente, per esempio, che nel malato terminale esso assume i contorni di una sofferenza che coinvolge globalmente la persona: è la sofferenza di scoprirsi profondamente mutati (dolore psicologico), la percezione di un cambiamento nei rapporti affettivi più significativi (dolore sociale), il bisogno di trovare un significato in un cambiamento così radicale della propria vita (dolore esistenziale). Qualsiasi intervento che non tenga sufficientemente in considerazione la complessità di tutte queste esigenze rischia perciò di essere parziale.

Vivere accanto ai malati e condividere le loro sofferenze riduce sino ad annullare la richiesta di eutanasia. Tale invocazione trova nell’abbandono terapeutico il terreno più fecondo. Il malato che si sente appoggiato, curato non chiede mai di morire. Riesce ancora a dare un senso alla sua condizione, a godere pienamente dei suoi ultimi momenti di vita.
Le suppliche dei malati molto gravi, che talvolta invocano la morte sono quasi sempre richieste angosciate di aiuto e di affetto. Il loro è un grido di disperazione in seguito alla già avvenuta morte sociale. Oltre le cure mediche, ciò di cui l’ammalato ha bisogno è l’amore, il calore umano, col quale possono e debbono circondarlo tutti coloro che gli sono vicini.

Il medico, indotto dalle richieste dei propri pazienti e dal vorticoso incedere delle scoperte scientifiche, non si è accorto di aver condotto la medicina verso un fideismo che ha generato angosce, insoddisfazioni, frustrazioni. Invece, ogni relazione umana deve tener conto dell’unione di due soggettività, di un sé che diventa altrui, di un corpo e di una psiche che non possono essere disgiunti. Non esiste un modo nuovo di fare medicina e di considerare il paziente un soggetto che si rivela e si esprime, quanto piuttosto il riconoscere che esisterà sempre nell’atto medico quella componente di creatività interiore, di forza dello spirito, di potenza della fiducia dell’uomo nell’uomo.