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La coscienza lavora anche in politica

- di Monica Canalis - NP ottobre 2013 - 

In politica la coscienza è un attore di primo piano, sia a livello individuale nell’animo di ogni politico, sia a livello collettivo, all’interno dei corpi intermedi, come i partiti, i sindacati, le associazioni. Quando si smette di ascoltare la coscienza, l’intera società ne patisce le conseguenze e fioccano gli scandali, l’indifferenza, l’individualismo, la corsa all’arricchimento personale, la corruzione, il disprezzo per le regole, un senso di sfiducia generalizzato. La coscienza, delle persone e dei corpi sociali, è davvero l’anima della società e, se viene trascurata, l’intera società comincia a regredire e a perdere una visione per il futuro.

Il maggior rischio che bussa alla porta della coscienza di un politico è smettere di ascoltare i bisogni della popolazione e i valori di riferimento per perseguire il proprio interesse. In Italia negli ultimi anni abbiamo assistito proprio ad un processo di questo tipo. I partiti politici hanno smesso di coltivare l’ancoraggio a solidi riferimenti politici e morali e hanno perso autorevolezza. Se non c’è un progetto politico complessivo, la politica si riduce a lotta per il potere, vissuto come un fine e non come un mezzo.

L’ex presidente della Corte Costituzionale Leopoldo Elia scriveva molti anni fa che i partiti politici correvano il rischio di diventare parte dello Stato e perdere la caratteristica di esserne la coscienza critica. È quello che è accaduto, è venuta a mancare la coscienza critica dei partiti. Per questi limiti dei partiti politici italiani, degenerati negli ultimi decenni in una partitocrazia cioè in una gestione al servizio di un’oligarchia invece che al servizio di tutto il popolo, la vecchia classe dirigente (incluse le personalità di valore) oggi è alla mercé di politici “urlatori” o “rottamatori”, che portano un valore aggiunto in termini di rinnovamento e riavvicinamento dei giovani alla politica e della politica ai valori della sobrietà, dell’innovazione e della lotta al privilegio, ma rischiano anche di sfociare nel populismo e nella furia distruttiva fine a se stessa.

In un sistema politico intrinsecamente fragile come la democrazia, continuamente bisognoso di manutenzione e rinnovato consenso (a differenza dei sistemi autoritari), è sempre in agguato il rischio di rinunciare alla libertà in nome di una maggior forza. L’equilibrio è molto labile. Oggi è necessario innovare le nostre istituzioni e le persone che ci guidano, ma bisogna stare attenti a coltivare le idee e la visione di fondo oltre all’etichetta esterna. Bisogna costruire una coscienza collettiva intorno alle grandi riforme.

Se ascoltiamo la coscienza, qual è il bene comune dell’Italia? È dare un lavoro ai giovani e una casa ai poveri. È promuovere la pace a livello internazionale e l’equilibrio economico con i Paesi meno sviluppati. È ridurre la spada di Damocle del debito pubblico che ipoteca il futuro nostro e dei nostri figli. È portare avanti il progetto di un’Europa unita e solidale, riempita di contenuti politici, che nel mondo globalizzato è l’unica speranza per continuare a far vivere il modello del “soft power” e della pacificazione senza l’uso della forza. È inventare formule sostenibili per una società multiculturale, multi religiosa e sempre più anziana. È lasciare alla prossima generazione una terra più verde e meno inquinata.

Sogni? No, è la voce della coscienza. Compito del politico è ascoltarla e cercare con tutte le forze, la fatica, la perseveranza, di andare in questa direzione, anche a discapito dell’interesse personale e della propria carriera.

Altro tema delicato è la libertà di coscienza del politico rispetto alle indicazioni del suo partito, o della sua corrente politica. L’articolo 67 della Costituzione italiana afferma: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Significa che il parlamentare deve votare facendo l’interesse di tutti gli Italiani e non solo della propria parte, corporazione o gruppo sociale di riferimento. Discorso a parte va fatto per il voto di coscienza, cioè il voto su questioni su cui il partito lascia libertà ai propri membri. Ad esempio il voto di fiducia al governo non è considerato un voto di coscienza, a differenza del voto su temi come l’eutanasia. Credo che sia corretto che i partiti preservino questi spazi di libertà, a meno che l’elaborazione al loro interno non permetta di raggiungere una sintesi che medi tra le diverse posizioni. Questa sarebbe certamente la soluzione ideale, che di fronte alle nuove sfide della modernità farebbe progredire tutta la società, contribuendo alla maturazione di quella coscienza critica collettiva di cui si parlava prima.

Come scrive Ernesto Olivero: “Coscienza è fare politica per servire, e basta”. È un ideale altissimo e difficilissimo. E la politica è un terreno insidioso e pieno di tentazioni, ma è anche una scuola di vita eccezionale, un’attività che mette alla prova in profondità le motivazioni, il valore dell’umiltà, del sacrificio personale, del fare squadra e della ricerca del bene comune, anche quando è scomodo. Oggi mancano guide autorevoli e sembra che sia tutto un deserto, ma la coscienza continua a bussare, alla porta di chi la vuole ascoltare.