Sermig

Cristiani e politica

- di Luca Rolandi - NP aprile 2014 - 

C’è un libro molto bello che ho letto di recente che si intitola “I figli del disincanto”. È una ricerca, condotta per Bruno Mondadori da Bontempi e Pocaterra, sul tema dei giovani e la politica in Europa. I ragazzi nati dopo il 1980 sono i figli di una generazione che ha visto la fine di un certo modo di vivere la politica, fatta di passioni e di ideali. Lo studio dei giovani è un osservatorio ideale per l'analisi delle dinamiche del mutamento sociale nelle società contemporanee. E solo partendo da questo assunto si può rimettere la politica nobile e autentica al centro dell’interesse delle nuove generazioni. Che cosa pensa oggi un ventenne della politica? Credo di non sbagliare se rispondo: il peggio possibile. Egli immagina qualcosa che possa essere altro rispetto all’attuale panorama, ma fatica a costruirlo, non trova spazi e reti in grado di fare da vaso comunicante con il mondo dei padri.

Nel nostro Paese il ciclone Matteo Renzi sta portando una ventata di novità positiva. Eppure, non si tratta di essere rottamatori di un passato che anzi necessita di essere coltivato nella memoria – ossigeno per vivere –, ma di guardare oltre e costruire un orizzonte di senso e di vita per i prossimi decenni insieme e non contro. Intanto è necessario tornare a riflettere, pensare, studiare, crescere e confrontarsi. In questo modo la politica non è solo emozione, impulso, sdegno e denuncia, ma soprattutto progetto. Come convitati di pietra ci stagliamo nelle comunità virtuali da abitanti senza volto, scambiando il prossimo con il riflesso di noi stessi, sperimentando, così, nuove forme di solitudine. Iperconnesso e convinto di avere sconfitto spazio e tempo, l’uomo di oggi non conosce il suo vicino e percepisce con artificiale distanza le istituzioni europee.

Se la polverizzazione dei cattolici in politica è patologica, chi si dedica all'impegno, anche se non credente, scopre, il senso della propria esistenza nella coscienza di aver compiuto fino alla fine il proprio progetto. L’avventura della conoscenza è entusiasmante e l’ignoto non deve fare paura a un buon cristiano, ma tutti si devono imbarcare alla riscoperta della realtà sociale, della polis, delle istituzioni che non sono luogo di potere e affare, ma luoghi di governo e amministrazione del bene comune. Politica che è forma alta di carità, che prevede diritti e doveri e che incontra tutti. Per questo i cattolici non hanno solo il diritto ma il dovere di intervenire nella sfera pubblica: il mondo chiede che i cristiani tengano la propria fede nel privato, mentre il Papa ci dice che nessuno può esigere una cosa simile.

Se Giovanni Paolo II nel comunismo totalitario e inumano individuava un “errore antropologico”, per Francesco il capitalismo senza regole e senza pietà nei confronti dell’uomo, ridotto a numero, è “patologico e la privatizzazione della fede riflette lo sbaglio più profondo del sistema, non solo come apparato economico, ma inteso come stile di vita a matrice individualista che erode le relazione”.

Occorre risolvere la tensione tra teologia, dottrina e prassi e ridefinire la laicità, in modo nuovo e più prossimo alla una comprensione di un’epoca multi cultura e interreligiosa che ci sprona a non restare nell'ignoranza, nell'indifferenza e nell'impossibilità di capire e interagire con la complessità del reale. E il cattolico consapevole non può non essere interessato alla politica, perché la sua stessa esperienza di credente lo rende sensibile alla dimensione sociale e a quella dei bisogni, alla questione del bene comune e a quella dell’unità; non solo il cattolico che si dedica “professionalmente” alla politica, ma ogni cattolico in quanto cittadino. Anzi, la prima caratteristica dovrebbe essere precisamente questa, che l’intera comunità cattolica sia impegnata politicamente, quanto al senso civile e quanto alla sensibilità culturale a questo relativa.