Sermig

Fatti e opinioni

di Marco Tarquinio – NP ottobre 2013

Per me, giornalista, la libertà è la sorella gemella della responsabilità. È poter stare sui fatti per quello che sono, rispettando comunque e sempre le persone coinvolte, senza confondere mai un avvenimento con ciò che io ne penso fino a snaturarlo. Anche noi esprimiamo punti di vista, ma teniamo ben separati gli ambiti. Il male del nostro tempo è ritrovarci nel circuito mediatico con fatti così incrostati delle opinioni di chi li racconta da diventare irriconoscibili. Noi giornalisti sappiamo usare belle parole per giustificarci, ma questo va evitato. Spesso ci dimentichiamo che abbiamo a che fare con la vita della gente. È una questione di rispetto, fondamentale nel nostro mestiere. Sembra una cosa astratta, invece è la cosa più concreta che ci sia. Io cerco di ricordarmelo sempre, anche nelle polemiche, perché comunque parli con un interlocutore, con un’altra persona. A me indigna solo la mancanza di rispetto negli altri e per gli altri, quando vedo una carica di aggressività forte. I fatti incrostati di opinioni portano anche a questo. Purtroppo, viviamo in un tempo di informazione urlata, un male del giornalismo. E non ci accorgiamo, come avvertiva Giorgio Bocca, che rischiamo di diventare delle protesi, i terminali di un flusso informativo elaborato altrove: con giornalisti che non vanno più sui fatti, perdono il contatto con la realtà e non capiscono più di cosa parlano e, come tanti politici, sanno poco della vita vera delle persone vere.

Il caso tipico si verifica quando sbatti una persona in prima pagina. Ecco, io credo che dovremmo avere tutti una linea chiara perché attraverso una pagina di giornale tu puoi lapidare una persona sino ad ammazzarla. Per questo, nel momento in cui una storia giunge a compimento e magari è capovolta dalla sua apparente verità iniziale, dovremmo garantire a chi è coinvolto in essa la stessa visibilità del primo giorno. Pensiamo a certi processi. Nel momento in cui è stata formulata l’accusa e l'imputato è stato rinviato a giudizio, che spazio è stato dato? Se arriva l’assoluzione, io chiedo di dare uno spazio identico. È una forma sacrosanta di risarcimento, serio, onesto. So anch’io che un’informazione totalmente oggettiva non esiste, però credo che un’informazione onesta sia possibile. L’onestà nel nostro mestiere non è un accessorio, è sostanza. Dovremmo chiederci più spesso quali motivazioni ci guidano.

A me piace pensare che un giornalista è tale nella misura in cui si impegna a rendere le persone più persone, cioè più consapevoli di quello che accade e, dunque, capaci di pensare, valutare e fare cose giuste. E questo succede solo se le persone le si rispetta, a maggior ragione in un tempo in cui la scimitarra, se non il manganello, sembrano essere l'unica arma possibile per farsi spazio nell'opinione pubblica. Per quanto mi riguarda, ho capito che la strada è cercare di essere uomini di speranza, guardando con coraggio e voglia di capire dentro tutti i fatti, compresi quelli di cronaca. Anche nelle storie più terribili, mi sono reso conto che la speranza non è mai persa. C’è sempre lo spazio per un nuovo inizio: la notte finisce sempre e si apre al giorno. È il messaggio che cerco di mettere in pagina e di portarmi dentro.

Tratto dagli Atti 2013/2014 dell’Università del Dialogo – Sermig Arsenale della Pace