Sermig

Amicizia oltre le sbarre

di Matteo Spicuglia - NP febbraio 2012

Luigi e Stefano hanno capito di essere diventati amici in un venerdì di pioggia. Era da qualche tempo che si frequentavano: tutte le settimane. Ma quella volta fu diversa. “Ti voglio bene!”, disse ad un certo punto Stefano con il linguaggio dei segni. “Anche io”, rispose Luigi con voce forte. Stefano è sordo, ma il messaggio oltrepassò il muro del silenzio. Si abbracciarono a lungo. Sulla strada di casa, Stefano era felice e non ripeteva altro: “Luigi è il mio migliore amico”. Il legame tra Stefano e Luigi è particolare. La loro amicizia è nata dietro le sbarre, dall’incontro di due vite apparentemente ai margini: Luigi, un detenuto all’ergastolo, Stefano, disabile grave del Cottolengo di Torino. Per entrambi, il dolore del rifiuto dei genitori e della famiglia: a causa della disabilità per Stefano, del crimine compiuto per Luigi.

È stato fratel Marco Rizzonato a farli incontrare. E dopo di loro, tanti altri ancora, grazie ad un’esperienza che ha reso un po’ più umano anche un ambiente come il carcere. Non se lo aspettava nemmeno Fratel Marco, educatore da oltre 30 anni, una vita come religioso del Cottolengo. Tutto è iniziato per caso nel 2000, da un incontro in carcere per parlare di disabilità. I detenuti ascoltano, sono colpiti dalla testimonianza di chi sa tirare fuori il meglio anche da situazioni difficili. Alla fine, la richiesta: vogliamo diventare anche noi volontari del Cottolengo. Impossibile!

Fratel Marco non sa cosa dire. I detenuti che ha davanti non sono come tutti gli altri, ma ex mafiosi, camorristi, ‘ndranghetisti. Persone con un passato indicibile e un presente ancora più incerto: sono tutti collaboratori di giustizia. Nel carcere di Torino vivono in una sezione protetta, per ragioni di sicurezza non possono lasciare in alcun modo la struttura. Tuttavia, fratel Marco non si arrende, perché una soluzione si può e si deve trovare sempre. Se Maometto non va alla montagna, sarà la montagna ad andare da Maometto. La montagna sono giovani e adulti disabili che hanno accettato di incontrare nuovi amici dietro le sbarre, diventando a loro volta volontari del carcere.

Fratel Marco ricorda con emozione la bellezza del primo incontro. “Quando siamo arrivati alla casa circondariale, la perplessità sul volto degli agenti era palpabile, si interrogavano sul senso della nostra presenza. Mentre attraversavamo i corridoi Stefano sudava. Gli ho chiesto il motivo e lui mi ha risposto che faceva caldo, ma era gennaio e i corridoi erano gelidi”.
La tensione però dura poco, si scioglie in fretta in un dialogo di oltre due ore, senza parole. Solo gesti e tutta la ricchezza che, ad ascoltarlo bene, si porta dentro il silenzio. “Oggi loro mi hanno insegnato la fiducia, - dirà un detenuto al termine di quel primo incontro - sapevano chi siamo e che potevamo fargli del male. Hanno avuto fiducia in noi e ci hanno accolto senza giudicarci, ponendo la loro vita nelle nostre mani”.

Quella fiducia non è mai mancata, è stata il sale del progetto “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”. Una proposta essenziale, un cammino di crescita per tutti. Di settimana in settimana, la semplicità si è fatta strada, insieme alla conoscenza reciproca, ma anche alla concretezza. Tutti sullo stesso piano, faccia a faccia: i ragazzi disabili hanno insegnato il linguaggio dei segni e il braille per abbattere davvero ogni barriera, i detenuti non hanno avuto paura di mostrare angoli del cuore impenetrabili. “In questi anni - dice fratel Marco - ho visto tante volte persone in detenzione confidare alle persone disabili quello che non avevano detto a nessuno. Con i disabili, i detenuti riescono a parlare con serenità della loro vita, degli affetti perduti, della mancanza di libertà, superando l’imbarazzo e la vergogna, sapendo di non essere giudicati. È proprio questo che ha fatto nascere l’amicizia”. Del resto, continua fratel Marco, “le persone che hanno commesso dei reati non hanno bisogno di parole, tantomeno di essere giudicati, ma hanno bisogno di fatti che mettano in discussione la loro vita, volgendola ad atti concreti di riparazione sociale del danno compiuto”.

Il progetto è una goccia nel mare, ma ha alimentato motivazioni e consapevolezza. Con il tempo, ha portato in carcere anche l’arte, il teatro, occasioni sempre nuove per andare in profondità. La crescita è stata reciproca. Ammette un detenuto: “All’inizio ho provato un senso di angoscia e sofferenza. Quando li ho conosciuti ho scoperto che sono persone meravigliose. Prima mi facevano pena. Ora li trovo belli. Ho sentito dentro una predisposizione come un bambino che impara cose nuove. Prima sapevo che esistevano, ma non li consideravo più di tanto. Oggi è tutto diverso: ho imparato a capirli, a comprendere la loro ricchezza”. Stesso percorso per i ragazzi disabili: “Rimango stupito quando li incontro. Faccio fatica a credere che abbiano compiuto qualcosa di brutto. Si possono perdonare e vederli come persone diverse da quello che pensiamo. Ho trovato dei fratelli che mi hanno dato tanta gioia. Dico che sono buoni”.

Il cammino non è stato facile. Si arriva a dire queste cose solo quando ci si mette realmente in discussione. Non mancano le frustrazioni, le difficoltà: in una realtà come il carcere non è per niente facile gestire percorsi di recupero e di reinserimento. La mancanza di fondi, la burocrazia, i disagi del sovraffollamento. Eppure, spiega fratel Marco, “se si vuole partire dal concetto di recupero è fondamentale partire dal concetto di dignità”. La stessa che detenuti e disabili hanno scoperto incontrandosi, mettendo allo specchio sofferenza e rinascita, sentimenti e desideri, vite e percorsi di fraternità. Per allargare la prospettiva, non farsi schiacciare dal passato, far entrare l’altro nella testa e nel cuore.

Scrive Bruno, un detenuto: “Un sogno che tante volte ho fatto ad occhi aperti è quello di poter organizzare una giornata intera con i miei amici disabili in modo da soddisfare i desideri di ciascuno, aiutandoli a fare alcune cose che tanto desiderano e che normalmente gli sono impedite. Alla fine, visto che questo non è possibile, mi accontento di pensarli felici e spensierati”.