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Intervista a mons. Paul Hinder

di Annamaria Gobbato  - Mons. Paul Hinder, svizzero di nascita, frate cappuccino, dal 2005 Vicario Apostolico dell'Arabia meridionale, in Italia per presentare il suo libro "Un vescovo in Arabia. La mia esperienza con l'Islam" (EMI editore), ha fatto una sosta a Torino, invitato dall'Ufficio Missionario della Diocesi. Abbiamo colto l'occasione per fargli qualche domanda.

Mons. Hinder, lei è il Vicario Apostolico dell'Arabia del Sud. Ci descrive il suo ruolo? Qual é il Paese dove vive attualmente?
La mia residenza si trova ad Abu Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi Uniti - sono sette, ma il più conosciuto è Dubai -. Abu Dhabi è il più grande. Sono il vescovo per gli Emirati Arabi Uniti, per l'Oman e per lo Yemen.
I cristiani che vivono in questi Paesi sono solamente emigranti, non ci sono cristiani locali. Sono circa un milione, provenienti dal mondo intero ma soprattutto dalle Filippine, dall'India e da altri Stati intorno.

Negli Emirati Arabi vivono moltissimi immigrati provenienti soprattutto dall'Asia, con una forte percentuale cristiana. Ci può raccontare come vivono, quanti anni in genere si fermano nel Paese e in che misura sono liberi di praticare la propria religione?
Arrivano negli Emirati esclusivamente per ragioni di lavoro. Hanno bisogno di lavorare, ognuno è là per quello, eccetto il Vescovo... Debbono mantenere la famiglia, mandare a scuola i bambini e costruire loro una casa nella propria patria, preparare quindi un futuro in un altro Paese.
La maggioranza degli immigrati lavora nel settore edilizio e nei servizi. Nella “media class” locale molti possono permettersi di impiegare parecchie persone. Tra gli immigrati ci sono molte famiglie oltre ai celibi e ai celibi artificiali, coloro che vivono da soli in quanto hanno lasciato la famiglia nel Paese di origine.
Le entrate, paragonate a quelle europee, sono modeste ma per gli standard di casa loro sono alte. Il problema è che alcune volte non vengono pagati o pagati in ritardo. Per questo capita anche che rientrino nel loro Paese più poveri di prima... Ho letto ora la storia di alcuni operai emigrati in Qatar per lavorare nei cantieri dei campionati di calcio del 2022... Questi sono problemi comuni in questa zona, mentre nello Yemen abbiamo il problema della guerra.

Si può parlare di sfruttamento dei lavoratori?
Dipende molto dal datore di lavoro, esistono molti padroni giusti. Quello che manca è la protezione della legge e soprattutto manca molto spesso il controllo perché le leggi vengano rispettate. Direi che la categoria meno protetta riguarda le domestiche, molto spesso trattate come schiave, non soltanto dai padroni locali ma anche dai padroni occidentali... Quanto alla libertà religiosa, c'é di tutto: esistono casi in cui il datore di lavoro emiratino accompagna il proprio impiegato il venerdì o la domenica per permettergli di partecipare al rito religioso, mentre altri non permettono neanche ai lavoratori di lasciare la casa... Possiamo costruire chiese, ma non possono avere croci in evidenza né campanili (del resto sarebbe proibito suonare le campane).

Le relazioni economiche dei Paesi occidentali con i Paesi del Golfo Persico rischiano di far dimenticare o di mettere all'angolo la testimonianza cristiana, anche là dove sarebbe possibile? Nel suo libro lei accenna al fatto che "i soldi battono la fede"...
Ci può essere il rischio anche da noi, in quanto a questo... Direi però che la maggioranza dei cristiani negli Emirati vive la propria fede in modo profondo, molto fervente, un modo che non trovo più qui in Europa, anche se esistono gruppi e parrocchie che operano molto bene. D'altra parte, chi vive una situazione di emigrazione, di essere senza patria, fa sì che si cerchi un'altra patria. Mi sembra che questa sia una delle ragioni per cui le chiese sono sempre molto affollate. Sono i luoghi dove si sentono protetti, si sentono a casa, la chiesa in un certo senso diventa la nuova patria. Si trovano tra persone del loro stesso popolo, che vivono la stessa fede, quindi si sentono a loro agio. Questo contribuisce a riempire le chiese: nella cattedrale di Abu Dhabi a volte la domenica dobbiamo tenere oltre venti celebrazioni... Abbiamo quasi settanta preti, di fatto pochi per tanta gente. Anche la figura del Vescovo è rispettata.

Nel suo lavoro pastorale in terra islamica, lei valorizza molto il ruolo dei laici...
È chiaro che la somministrazione dei Sacramenti è compito dei sacerdoti ma, dati anche i loro molti impegni, è anche chiaro che senza i laici le nostre parrocchie crollerebbero. Tutto quello che riguarda la catechesi, la liturgia, la distribuzione della comunione, l'animazione dei gruppi in parrocchia è in gran parte se non esclusivamente nelle mani dei laici, e delle donne. In tutto il vicariato noi ogni venerdì e sabato abbiamo circa 30mila bambini che arrivano per il catechismo, con circa 1400 catechisti, tutti laici. Purtroppo non abbiamo potuto organizzare gruppi di Caritas zonali, perché sarebbero stati accusati di tentativi di proselitismo.

Sempre nel suo libro, lei preferisce parlare di "dialogo tra le fedi", piuttosto di "dialogo interreligioso": perché?
Perché "dialogo interreligioso" a me suona più tecnico, più dogmatico, invece si parla di persone che hanno una fede, che vivono una fede, sia cristiani che musulmani. E c'è il rischio, soprattutto qui in Europa, di vedere l'Islam solamente come una minaccia, come un movimento in gran parte politico, e dimentichiamo che prima di tutto si tratta di una religione. Per questo motivo "dialogo tra le fedi", o "incontro tra le fedi" mi suona più umano. Sul piano pratico, occorre mantenere un atteggiamento di rispetto e di reciproca comprensione.

In Europa, dopo i sanguinosi attentati terroristici, spesso si rischia di vivere l'equazione Islam = terrorismo: come riuscire a fare un distinguo?
Tutto è legato a questa paura che vive l'Europa di essere islamizzata; è chiaro che all'interno dell'Islam qualcuno ha quello in mente, ma se guardiamo le statistiche non siamo ancora a quel livello, anche se esistono delle tendenze del genere. Invece, secondo me, e l'ho anche detto nel libro, la forza dell'Islam è la debolezza dei cristiani, una perdita di identità. Allora è chiaro che per chi non pratica più la religione, a cui la religione non dice più nulla, è sgomento di fronte ad una religione "strana" che non ha paura di manifestarsi. Allora il problema non sono loro, siamo noi ad aver perso di vista chi siamo e chi vogliamo rimanere.

Infine, nel suo libro lei parla di "Chiesa del futuro": cosa intende? Qual é la sua visione di Chiesa nei prossimi anni?
Noi siamo soprattutto una Chiesa di migranti per i migranti. In molte parti del mondo sarà questo il futuro e sarà molto più marcato da questa gente in movimento. Quello che stiamo vivendo noi in modo molto evidente domani – un domani che quasi è già oggi – lo vivrà anche l'altra parte del mondo. Per me questo è profondamente biblico. Pensiamo ad Abramo, a tutto l'Israele sempre in movimento: esodo in Egitto, esilio in Babilonia... E anche all'inizio del Nuovo Testamento, leggiamo che la Chiesa ha iniziato il suo cammino come Chiesa emigrante, nelle zone attorno al Mediterraneo. Era una Chiesa in movimento, e io la paragono un po' alla situazione che viviamo nella Chiesa in Arabia...

di Annamaria Gobbato