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Prima il bene comune - Marco Tarquinio

I giovani dell’Arsenale della Pace dialogano con Marco Tarquinio, giornalista e direttore di Avvenire. 

Come si definisce oggi il bene comune?
Spesso si tende a confondere il bene comune con i beni comuni: i secondi sono quegli aspetti della nostra vita che ci danno un senso di appartenenza, come ad esempio la nostra città; il primo invece consiste nella tensione alla realizzazione di qualcosa che va oltre, che accende qualcosa in più nell’animo.

Oggi assistiamo ad uno stile di comunicazione che delegittima l’avversario, con parole forti e pratiche escludenti. Come siamo arrivati a questo?
L’oggi è il frutto di 20 anni di “bipolarismo furioso” della Seconda Repubblica. In queste ultime settimane, complice la grave crisi di governo, le tre forze politiche più grosse sono state costrette a dialogare. Oggi i vincenti sono quelli le cui parole arrivano dritte alla pancia della gente, perché sono parole che animano il sospetto e la disperanza. Unire le persone e accrescere i consensi con “parole contro altri” può generare gravi misfatti.

Qual è la differenza tra popolo e populismo? L’Italia può dirsi populista?
Sì, l’Italia oggi è un paese populista, dove si registra una frattura tra il popolo e l’élite dirigenziale. Negli ultimi 20 anni è cresciuto un senso di disprezzo verso la casta e i corpi intermedi, una polemica forte nei riguardi dei rappresentanti avviata dai rappresentati, che non si sentono più tali. Serve recuperare dialogo e strumenti per riconnettere i livelli.

Qual è il peggior nemico del bene comune?
L’individualismo, oggi cavallo di battaglia di molte realtà politiche. “America First” o “Prima gli italiani” significa: “prima io e poi gli altri!”. Ma, attenzione, nessuno si salva da solo e serve tornare a pensare ad un “noi”. La civitas dev’essere luogo di inclusione. Serve qualcosa di comune: si dev’essere città e cittadinanza non per nascita o per origini nobiliari, ma perché si accetta il patto di società e si rispettano regole comuni. Le persone non sono mai un problema ma sempre una ricchezza.

La nostra generazione sta peggio della precedente e ciò comporta problemi ed episodi di rabbia sociale, come possiamo agire?
Servirebbe un deciso atto di impegno degli adulti; la mia generazione è stata insufficiente e non si è resa conto delle conseguenze dei percorsi avviati. Oggi il sentimento più diffuso è “noi giovani non ce la facciamo…” invece voi dovete pensare che “ce la potete fare perché avete le idee giuste e la voglia di fare bene”. Il futuro è il bene che saprete realizzare per voi stessi e per gli altri.

In tema di migranti, qual è il punto di equilibrio?
Io sono per il governo dei flussi migratori, consapevole del fatto che i movimenti migratori dell’uomo non possono essere fermati. Questa gestione deve avvenire con umanità e lungimiranza ma anche nel rispetto di regole condivise. Nessuno può considerare di bloccare e respingere le persone nelle acque o nei deserti, ma come hanno detto i Papi, per ultimo il nostro Francesco: bisogna smettere di costruire e commercializzare le armi! Bisogna smettere di armare i regimi dai quali le popolazioni sono costrette a fuggire. Solo la diversità è fertile. La strada dev’essere quella della giustizia e delle regole condivise; i muri e i proclami non resistono nel tempo.

a cura di Elisa d'Adamo



foto: Renzo Bussio

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